Pubblicato su 9 luglio 2008 da R.S.
LA REGIONE HA APPROVATO IL RIORDINO: LA PROVINCIA DI VARESE SUBISCE I TAGLI MAGGIORI
Il Consiglio regionale ha approvato il progetto di legge di riordino delle Comunità montane. In Lombardia si passerà dalle attuali 30 a 23, riduzione che nella maggior parte dei casi è frutto di un accorpamento tra enti già esistenti, vengono comunque esclusi dalle comunità montane i capoluoghi di provincia e i comuni con popolazione superiore ai 30 mila abitanti. E’ prevista anche la riduzione dei componenti degli organi istituzionali, assemblea e giunta esecutiva, viene valorizza la figura dei sindaci (componenti di diritto dell’assemblea ed elettori della giunta), e tagliato di almeno il 70% il gettone di presenza per il presidente e i membri dell’esecutivo. Vengono inoltre costituite delle commissioni provinciali, composte dai presidenti delle comunità montane, dai presidenti delle province e dai sindaci dei comuni interessati che, entro la fine di agosto, potranno esprimere pareri riguardo alle nuove zone omogenee da portare all’attenzione della Giunta Regionale che li sottoporrà all’esame del Consiglio regionale per la proposta definitiva della loro delimitazione. In particolare con l’approvazione della Legge regionale 97, il nord della provincia di Varese cambia il suo aspetto istituzionale e politico.
A tutt’oggi diviso in quattro comunità montane, Valcuvia, Valli del Luinese, Valceresio e Valganna-Valmarchirolo, a partire dalle prossime elezioni amministrative del 2009 i quattro enti si fonderanno dando vita a due nuove comunità montane basate su delle diverse zone omogenee individuate dalla regione; la zona omogenea numero 22, frutto dell’accorpamento tra le Comunità Montane della Valceresio e Valganna-Valmarchirolo e la zona omogenea numero 23 che nascerà dall’unione della Comunità Montana della Valcuvia con quella Delle Valli Luinesi dando vita al quarto ente montano della Lombardia per numero di comuni (33). La legge regionale 97 però non è stata accolta con favore da molti amministratori locali, specialmente dai Sindaci e dall’attuale Presidente della Comunità Montana delle Valli Luinesi Ido Locatelli, i quali vedendosi accorpare alla Valcuvia hanno visto tradite molte promesse fatte da importanti esponenti regionali che, durante la campagna elettorale appena passata, avevano rilasciato dichiarazioni molto esplicite in favore del mantenimento degli attuali confini dell’ente montano luinese. Molto positivo invece il commento di Marco Magrini, presidente della Comunità Montana della Valcuvia e membro del direttivo regionale dell’Unione delle Comunità Montane, a cui fanno eco i due colleghi provinciali: “La legge è rispettosa sia della montagna che del rigore economico imposto. Inoltre Regione Lombardia ha lasciato tre mesi di tempo per discutere in ambito provinciale i dettagli sull’applicazione delle norme. A tale proposito – ha sottolineato Magrini – vorrei rilanciare il ruolo fondamentale delle Commissioni come momento di lavoro e di confronto”.
Roberto Sonzogni
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Pubblicato su 18 giugno 2008 da R.S.
La sindrome di NIMBY (Not In My Back Yard), ovvero “non nel mio giardino”, ha fatto la sua comparsa anche nel Varesotto. Dopo aver monopolizzato, de facto, la campagna elettorale e i primi passi del nuovo governo Berlusconi con le proteste campane per l’apertura delle discariche, in questo ultimo mese ha contagiato, in maniera più lieve e civile, anche la popolazione e i sindaci della provincia di Varese. Due sono le zone dove i focolai della sindrome si sono principalmente diffusi: Laveno Mombello e Malpensa. La prima, cittadina simbolo della “sponda fiorita” del Lago Maggiore, è stata interessata da una dura protesta della cittadinanza nei confronti dell’attuale amministrazione che intenderebbe ospitare sul proprio territorio una centrale a bio masse per la produzione di energia elettrica e teleriscaldamento. La seconda, Malpensa, ha visto scatenarsi proprio in questi giorni la dura protesta dei sindaci della zona contro la proposta di aprire un centro di permanenza temporaneo (CTP) per raccogliere i numerosi extracomunitari che ogni giorno entrano in Italia attraverso l’hub lombardo; le lagnanze non sono cadute nel vuoto e il Ministro degli Interni Roberto Maroni si è affrettato a smentire per buona pace di tutti gli amministratori in sommossa. Ma da dove nasce questa riluttanza nella gente a comprendere che alcuni sacrifici sono indispensabili per il bene comune? La carenza di una preventiva informazione ai cittadini è spesso la causa principale dell’ opposizione che incontrano progetti di questo tipo a cui si aggiunge il fatto che nella quasi totalità dei casi al cittadino viene chiesto di subire questi sacrifici senza avere la prospettiva di vantaggi diretti, anche di tipo economico; se ai cittadini che si vedono costruire una centrale elettrica sul proprio territorio si spiegasse che, come contropartita, la corrente costerebbe loro la metà, sarebbero pochi quelli che si opporrebbero al progetto. Oltre a queste due cause principali ne esiste una terza meno evidente ma che si avverte in molte delle contestazioni di questo tipo: mi riferisco al poco rispetto che le amministrazioni e le istituzioni a tutti i livelli spesso dimostrano nei confronti del cittadino e la conseguente perdita di fiducia della popolazione nei confronti della classe politica. Sono infatti convinto che se i rapporti con gli elettori fossero impostati in modo più trasparente, anche in accordo con la legislazione europea che invita gli amministratori a consultare i cittadini e ragguagliarli preventivamente nel caso di interventi a grande impatto ambientale, molte contestazioni verrebbero superate o quantomeno mitigate.
Roberto Sonzogni
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Pubblicato su 30 aprile 2008 da R.S.
Il tormentato riposizionamento di ASPEM Spa, la multiutility del Comune di Varese, dovrebbe concludersi nel corso del consiglio comunale di oggi con il via libera definitivo alla fusione con A2A Spa, azienda quotata in Borsa e anch’essa nata dalla fusione di tre grandi municipalizzate di Milano e Brescia: AEM, AMSA e ASM.
L’approdo in consiglio comunale è l’ultimo atto di un percorso che ha creato grossissime tensioni all’interno della giunta varesina guidata dal leghista Attilio Fontana che, a seguito anche dell’intervento diretto di Umberto Bossi e Silvio Berlusconi, ha appena nominato tre nuovi assessori a sostituzione degli altrettanti dimissionari di questi ultime settimane: Fabio D’Aula (FI) che assume la delega della Polizia Locale, Giorgio De Wolf (FI) per il ruolo di vicesindaco e assessore alle Partecipate ed Enrico Angelini (Dc per le autonomie) con delega alla Promozione turistica ed università.
Il sindaco, come indicato nella relazione presentata in giunta, ha spiegato “che sono stati precisati 15 punti per cui la proposta del Gruppo A2A è preferibile alle altre due offerte”, quelle di Lgh e Ascopiave . “Abbiamo scelto – precisa il sindaco – la proposta aggregativa che meglio soddisfa gli interessi generali dei diversi stakeholders (cittadini clienti, azionisti pubblici e dipendenti)”.
Scettico sulla fusione il Prof. Roberto Fazioli, docente di Economia delle Imprese e dei Servizi Pubblici all’Università di Ferrara e presidente, tra le tante, di Genia Spa, la ex municipalizzata del Comune di San Giuliano Milanese che recentemente è stata segnalata come “buona notizia” a Report, il severissimo programma di Rai Tre condotto da Milena Gabanelli.
Cosa ne pensa della corsa al collocamento in borsa delle ex municipalizzate?
La corsa al collocamento borsistico è stato spesso giustificato da logiche volte a favorire la concorrenza e il miglioramento del servizio ai cittadini. Aziende più grandi avrebbero consentito di ottenere economie di scala e quindi diventare più economiche per i cittadini, oltre che più competitive in un mercato liberalizzato.
Nella realtà, le società quotate in borsa devono garantire dividendi agli azionisti più che risparmi tariffari ai cittadini. Al tempo stesso, le aggregazioni fra società quotate in borsa hanno l’obiettivo non tanto di favorire la concorrenza, inizialmente auspicata, fra molteplici soggetti, quanto di mantenere posizioni dominanti di grandi soggetti su aree molto estese del territorio nazionale.
A questo si aggiunge la situazione degli enti locali, soci delle stesse ex municipalizzate, che da un lato perdono ogni controllo sulle società che prima controllavano, dall’altro si ritrovano in pieno conflitto di interessi: come “regolatori” hanno interesse a mantenere tariffe basse, quindi far calare i ricavi, ma come azionisti hanno tutto l’interesse a riscuotere dividendi.
Come vede la fusione annunciata tra aspem e A2A?
Come una conferma del fatto che per garantire il mantenimento di monopoli locali su ampia scala una strada può essere la parcellizzazione del potere del singolo ente locale socio e l’estendimento del territorio di riferimento.
Quali vantaggi potranno avere i cittadini-utenti di Varese da una eventuale fusione A2A?
L’esperienza finora verificata sul territorio nazionale ha dimostrato che tali aggregazioni non hanno un impatto positivo sui costi dei servizi per i cittadini. È vero che queste grandi aziende sono capaci di creare un forte volano di liquidità, ma non si può dire se la ricchezza creata sia redistribuita sul territorio piuttosto che a favore degli azionisti investitori.
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Pubblicato su 26 marzo 2008 da R.S.
Intervista a Michele Graglia presidente dell’Unione Industriali di Varese: “chiediamo alla politica di poter competere ad armi pari con le altre realtà del Paese”
L’esistenza di un vero e proprio distretto dell’industria aerospaziale che dal territorio varesino si estende in tutta la Lombardia sta nei numeri: la provincia di Varese è la culla di una filiera di 100 imprese, che, con oltre 8mila addetti, produce da sola il 30% dell’export nazionale del settore. Una realtà sulla quale l’Unione degli Industriali della Provincia di Varese ha voluto puntare i riflettori, organizzando un convegno dal titolo “Distretto aerospaziale lombardo: un’opportunità da cogliere”. Poche parole che riassumono il messaggio lanciato da Michele Graglia, presidente dell’UNIVA, al quale abbiamo chiesto di illustrarci le potenzialità dell’iniziativa.
Cosa serve all’industria aerospaziale del Varesotto per diventare protagonista europea del settore?
In realtà l’industria aeronautica della nostra provincia protagonista a livello europeo lo è già. Anzi possiamo tranquillamente dire che l’eccellenza varesina è percepita da tempo a livello mondiale. Quello che però serve al comparto è un riconoscimento di sistema da parte delle istituzioni. Se venisse ufficializzata l’esistenza, che è già nei fatti, di un metadistretto, questo potrebbe dare anche alle piccole e medie imprese della filiera produttiva la stessa visibilità tipica oggi delle grandi e ben più famose aziende presenti in provincia come Alenia Aermacchi ed Agusta Westland. Una filiera che, in uno studio presentato pochi giorni fa dal nostro Ufficio Studi, è emersa in tutta la sua forza.
In quali aeree della provincia è maggiormente concentrato il tessuto produttivo di questo comparto?
In quelle dove sorsero all’inizio del secolo i primi stabilimenti: parliamo del gallaratese, dell’area intorno a Malpensa, del basso Verbano, della zona tra Tradate e Varese.
Esiste un nesso tra Malpensa e lo sviluppo del polo aerospaziale?
Il nesso è prima di tutto storico-simbolico. Proprio a Malpensa, intorno al 1910, i fratelli Caproni testarono i primi modelli di aeroplani varesini. In pratica nasceva allora, appena sette anni dopo il primo volo del fratelli Wright, l’industria aeronautica varesina che si legherà subito a nomi di imprese quali l’Anonima Nieuport-Macchi, oggi Aermacchi, la Caproni e poi la Siai Marchetti, l’Agusta. Ma, non solo. Le due vicende, quella di Malpensa-Alitalia e quella del un riconoscimento di un metadistretto aerospaziale, sono legate dai termini con cui avanziamo le nostre richieste alla politica. Per entrambe non si chiede un sostegno a realtà in crisi, ma anzi in piena forma e in grado di creare benessere sul territorio. Non vogliamo assistenzialismo, ma la possibilità di competere ad armi pari con altre realtà del Paese: Malpensa con gli altri aeroporti, l’industria aeronautica varesina con quella delle province che, supportate dalle regioni di appartenenza, in particolare Piemonte, Campania, Puglia, Veneto e Lazio, si stanno muovendo in maniera compatta allo scopo di dar vita a un distretto nazionale.
Qual è lo stato di salute dell’industria nella provincia di Varese?
Come altre realtà produttive italiane ed europee stiamo vivendo un momento di forti pressioni causate dal rafforzamento dell’euro e dal costante rincaro del petrolio. A differenza di altre aree industrializzate, però, c’è il fatto che le nostre imprese sono poco specializzate nei prodotti di largo consumo, più soggetti a repentine fluttuazioni dei mercati. L’industria varesina produce soprattutto beni intermedi o strumentali che permettono di spostare nel tempo eventuali effetti freno. Penso alle macchine utensili, nelle quali la nostra provincia eccelle anche solo per quantitativi d’export: in questo caso riposizionarsi su altri mercati, come quelli dei paesi in via di sviluppo, è possibile. Anche perché se l’Italia e l’Europa frenano, altre economie, invece, accelerano. E per continuare a farlo hanno anche bisogno dei nostri prodotti. Prodotti che servono ad altri per produrre.
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Pubblicato su 10 marzo 2008 da R.S.
Dopo il rilancio del nucleare fatto da Casini e ripreso con forza da Berlusconi, il tema dell’ energia atomica è prepotentemente tornato nella campagna elettorale e, nei giorni scorsi, la Prealpina, quotidiano della provincia di Varese, ha lanciato una coraggiosa provocazione che però ha suscitato solo un “rumoroso silenzio” negli ambienti politici varesini.
L’articolo in prima pagina,firmato da Federico Bianchessi, proponeva “una coraggiosa autocandidatura a ospitare la prima nuova centrale nucleare italiana del dopo black out”, in cambio della moratoria di tre anni per l’hub di Malpensa: il tono provocatorio dell’articolo si è fatto serio quando a sostegno della tesi è stata tirata in causa Ispra e la precedente esperienza nucleare fatta con l’ex Euratom, ora CCR.
Vista l’assenza di dibattito politico sulla questione abbiamo ritenuto interessante capire se effettivamente il connubio tra energia nucleare e il territorio della provincia di Varese potrebbe realisticamente rilanciare l’economia varesina. Abbiamo cercato di capirlo con l’aiuto del Dr. Giovanni de Santi, direttore dell’Istituto dell’Energia Centro Comune di Ricerca (CCR) di Ispra.
Dottor de Santi, l’atomo è l’unica alternativa realistica al petrolio?
Il nucleare non è l’unica alternativa al petrolio o ad altri combustibili fossili, ma è una delle opzioni considerate nei piani dell’Unione Europea per creare un mercato per le tecnologie energetiche più efficienti e a minore impatto in termini di emissioni. Attualmente, l’energia nucleare è utilizzata soprattutto per generare energia elettrica. Si tratta sicuramente di un’alternativa realistica ai combustibili fossili, complementare ad altre tecnologie non fossili (idraulica, biomassa, solare, eolica etc.) impiegate per produrre elettricità. Oggi il nucleare si attesta al 31% della produzione elettrica nell’Unione Europea. Non esiste però una singola fonte di energia primaria che soddisfi pienamente tutti questi criteri in ogni settore. Per questa ragione, la politica energetica della Commissione Europea sostiene un mix energetico piuttosto che una particolare categoria di tecnologie.
Chernobyl è un incubo sepolto nel passato o uno spettro che aleggia sulle centrali nucleari?
Le cause dell’incidente all’impianto nucleare di Chernobyl, comprese una serie di carenze sia nella progettazione che nelle procedure operative, sono state ben documentate dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica e da altri organismi internazionali. Il progetto di questo reattore non sarebbe stato approvato nell’Unione Europea e non può essere comparato ai moderni impianti nucleari.
C’è speranza in futuro di riuscire a produrre energia a basso costo e senza produrre danni all’eco-sistema?
Attualmente, l’energia elettrica da fonte nucleare ha un costo di produzione più basso di quella prodotta con combustibili fossili. Ci si aspetta che in futuro questo divario cresca a causa dei continui rialzi del costo del petrolio e del gas e della loro crescente scarsità. La produzione di energia nucleare contribuisce realmente a proteggere l’ambiente, per esempio in relazione alla sua minima ed indiretta produzione di CO2 o alla sua alta densità energetica (portando ad un’occupazione del territorio molto limitata se messa a confronto con quella necessaria per le rinnovabili). In ogni caso, l’energia nucleare produce scorie radioattive che devono essere isolate, trattate e stoccate in modo adeguato. Infine, l’elettricità prodotta tramite la fissione nucleare può essere utilizzata per produrre calore industriale e idrogeno, una possibile futura fonte per la produzione di energia nell’area trasporto e per altre applicazioni.
Il territorio della provincia di Varese è “candidabile” ad ospitare una centrale nucleare?
Vantaggi e sfide relativi ad una certa tecnologia devono essere attentamente soppesati e ne devono essere accettati i rischi sociali. Vorremo ricordare, in ultimo, che nell’UE, ogni Stato membro è unico responsabile delle proprie scelte e priorità energetiche.
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Pubblicato su 5 marzo 2008 da R.S.
Frontalieri in allerta dopo le svalutazioni delle banche svizzere
Credit Suisse ha effettuato svalutazioni per 2,85 miliardi di dollari nel credito strutturato e ha rilevato degli errori di prezzatura che incideranno negativamente per un miliardo di dollari sul risultato netto del primo trimestre. Le svalutazioni sono emerse nel corso di un’indagine interna che ha svelato alcuni errori di un piccolo numero di trader che ha portato alla sospensione di alcuni operatori.
La notizia in sé è poca cosa o, per meglio dire, si potrebbe pensare che è poca cosa rispetto ai 19 miliardi di dollari che da un giorno con l’altro sono spariti dai bilanci di UBS, atro colosso bancario elvetico, o del fanta-buco che un solo trader francese è riuscito a scavare mettendo letteralmente in ginocchio la banca parigina Société Générale.
Verrebbe quasi da sorridere nell’apprendere che anche l’immagine della solidità svizzera a volte si incrina e svela un accenno di “errore umano” – come lo hanno definito i vertici del Credit Suisse -, ma per un territorio come la provincia di Varese, da sempre abituato a commerciare con il vicinissimo Canton Ticino, la notizia crea non poco allarme tra le migliaia di lavoratori e risparmiatori che hanno da sempre avuto un particolare rapporto col sistemta bancario bancario svizzero, spesso preferendolo a quello italiano.
In questi ultimi anni la convenienza del “conto in Svizzera” è andata via via riducendosi. Basti pensare che tra gli anni ottanta e i primi anni novanta il cambio è passato da trecento lire per un franco a piu di mille, contribuendo così a rafforzare il potere d’acquisto non solo per i frontalieri italiani che trovavano lavoro in Svizzera, ma anche dei numerosi imprenditori che spesso si appoggiavano alle banche elvetiche sia per la loro ben nota discrezione, sia per i sofisticati strumenti di gestione del risparmio che permettevano di contrastare gli altissimi tassi dei mutui italiani.
Oggi invece la situazione sta progressivamente cambiando, il Franco svizzero risente della forza dell’ Euro e perde progressivamente terreno, il segreto bancario è minacciato dalle pressanti richieste dell’ Unione Europea di una maggiore trasparenza e gli scandali della finanza globale non risparmia i fondi targati CH, con buona pace di tutti quei risparmiatori delle province di Varese e Como che hanno sempre guardato a Lugano come ad un forziere inattaccabile.
Sicuramente non siamo davanti a un terremoto finanziario come quello che ha investito l’America con i mutui subprime, però una cosa é certa: la scossa con epicentro Zurigo si è avvertita con forza anche qui in provincia.
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Pubblicato su 5 marzo 2008 da R.S.
In vista della ridefinizione dei criteri di montanità gli enti sovracomunali chiedono certezze
Risposte sul destino e sul ruolo degli Enti montani. Queste le richieste che le quattro Comunità Montane della Provincia di Varese rivolgono alla Lombardia. La Regione dovrebbe infatti adottare dei provvedimenti per ridefinire i criteri di montanità nelle zone di propria competenza entro il 30 giugno 2008, così come prevede la Legge Finanziaria. A causa della carenza normativa, gli Enti montani si trovano ora in una situazione di stallo che compromette la qualità del lavoro attuale e futuro. Mesi di incertezza in cui si stanno sprecando tempo e risorse preziose nell’attesa che vengano prese delle decisioni. La precarietà della situazione politica nazionale potrebbe inoltre complicare ulteriormente la situazione. Difatti se il rinnovo delle Camere dovesse avere ricadute sul Consiglio Regionale, qualora il Governatore Roberto Formigoni decidesse di lasciare il Pirellone per una candidatura alle prossime elezioni del 13 e 14 aprile, il vuoto amministrativo che si creerebbe allungherebbe i tempi per la discussione di un disegno di legge lasciando scadere i termini imposti per una riorganizzazione armonica della montanità in Lombardia. Un problema contingente e slegato dalla realtà locale rischierebbe così di compromettere la tutela della montagna nel varesotto.
Considerata la difficile situazione politica, la proposta delle quattro Comunità Montane della Provincia di Varese è di approvare in tempi brevi una legge transitoria che consenta di non perdere preziose istituzioni sul territorio a causa delle scadenze imminenti. Il riordino degli Enti montani verrebbe rimandato sostanzialmente di un anno, dopo l’appuntamento elettorale nazionale e l’eventuale votazione per il Consiglio Regionale Lombardo, in modo da avere i tempi necessari ad una discussione approfondita e ponderata su un tema tanto delicato. La preoccupazione dei Presidenti è quella di non sapere se e come proseguiranno i servizi ai cittadini e i progetti avviati a salvaguardia e sviluppo del territorio montano. Il supposto risparmio economico, che la soppressione delle Comunità Montane dovrebbe comportare, resta inoltre ancora tutto da dimostrare. All’incertezza si deve poi aggiungere l’amarezza per essere stati additati quali capro espiatorio degli sprechi amministrativi in tutta la penisola.
Gli enti sovracomunali del varesotto non ci stanno a subire questa lapidazione mediatica e rivendicano che in oltre trent’anni di attività, hanno svolto un’opera di innegabile qualità a presidio del territorio e a concreto beneficio dello sviluppo locale, della salvaguardia dell’ambiente e delle risorse territoriali in genere. Hanno contribuito all’innalzamento della qualità della vita delle popolazioni delle aree prealpine dove la conformazione del territorio rende più difficoltosa un’idonea presenza dei servizi pubblici fondamentali nonché un adeguato livello delle prestazioni essenziali delle istituzioni. Gli attacchi, superficiali e ingiustificati, rivolti alle Comunità Montane non fanno un’analisi dell’operato degli Amministratori per valutarne investimenti oculati o sperpero di risorse. Gli enti a sostegno della montagna vengono considerati uno spreco in quanto tali, nonostante l’ineccepibile lavoro svolto nel corso di decenni. Sull’onda emotiva provocata dal capitolo dedicato alle Comunità Montane nel best seller “La Casta” di Stella e Rizzo, si rischia di fare tutta l’erba un fascio e di colpire anche quegli enti che si sono correttamente impegnati a difesa della montagna e dei suoi abitanti.
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